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  • by Andrea
  • 25/03/2022
    RIFLESSIONI DI UN NOSTRO PAZIENTE DEL REPARTO COVID

    Villa i Glicini. Qui, in ospedale, regna un silenzio che oserei affermare “essere quasi assoluto”. Questo momento di vita viene interrotto unicamente dagli ovattati e veloci passi -scaft scaft, frush frush -, che racchiusi in scafandri da guerra stellare producono le infermiere, le dottoresse e da tutti gli altri operatori maschi che operano in questa struttura. Queste persone sono davvero encomiabili, rimanere sotto vuoto spinto per tante ore al giorno e della notte. Sono sicuro che a moltissime persone, per non dire la maggior parte, questa situazione di impacchettamento corporeo farebbe saltare la psiche. Qui, questo non accade, il personale, tutto, è impeccabile sotto tutti i punti di vista. Si vede, si sente la passione e l’amore con la quale tutti loro affrontano la difficile quotidianità ospedaliera. Ritornando al silenzio, questo viene scalfito anche dal pronunciamento del nome di uno dei ricoverati al momento in cui il personale entra nella sua stanza per eseguire i dovuti controlli sanitari del caso o quando chiamati col campanello accorgano per soddisfare i desiderata di noi ospiti. D’altra parte se l’ospedale non fosse il Paese dei campanelli quale altro posto al mondo può esserlo? A tratti, invece, il silenzio è interrotto da un fruscio d’onde musicali. Questo è scaturito dal passaggio del vento tra le fronde d’una grande quercia, è come se fossero melodiosa mente pizzicate dalle dita d’un chitarrista andaluso. La quercia, bella, viva, massiccia ed imponente troneggia a pochi metri, sulla destra dell’affaccio panoramico della finestra della stanza 91. Da qui la vista, seppur ristretta nello spazio orizzontale, in verticale invece si dipana fino a raggiungere i monti ove San Romualdo volle che fosse eretta l’abbazia vallombrosana, detta appunto di Vallombrosa. In primo piano, invece, simile ad una quinta teatrale, domina la veduta di un non ampio spazio rettangolare, verde, come fosse un solo e piccolo spezzone di microfilm dal quale si ricava l’idea di quello che possa essere l’ordinata e tipica campagna toscana. I lati orizzontali dell’ appezzamento sono più lunghi e, quello superiore, pur essendo collinare è ugualmente lineare e non arcuato come nella maggior parte dei casi. Ecco, volevo dire, che su questo tratto, cioè alla sua sommità, in alto, si trova un edificio che per metà è costruito con la tipica pietra ricavata dalle cave di Maiano – tanto per intenderci, quella della torre di Arnolfo, di palazzo Vecchio, di palazzo Midici-Riccardi e dello stupendo ed impeccabile ponte Santa Trinita -; l’altra metà, invece, quella che mena lo sguardo verso la città è intonacata col classico colore che la fa da padrone sulla maggior parte delle facciate degli edifici di Firenze, la stessa cosa avviene per le case e per fattorie sparse nella campagna, la quale come una bomboniera racchiude tutti noi che vi abitiamo. A prima vista questo enorme complesso di pietre ed intonaco porterebbe a pensare che sia una casa di persone benestanti o una enorme fattoria. In realtà è la sede, sulla collina denominata di Santa Marta, della Facoltà di Ingegneria dell’Università fiorentina. È uscito un bel sole, mi auguro che porti pace, amore e sale in zucca ai contendenti di questa guerra russa/ucraina, come nelle teste di chi, nel mondo continua a uccidersi.

     

    Giovanni D’Onofrio